TUTTI A BORDO! 5 BUONI MOTIVI E 5 MODELLI PER CUI VIAGGIARE IN MINIVAN CON LA FAMIGLIA VI FARA’ FELICI!

“Vorrei ma non so?”
Proviamo a dare qualche risposta a chi vorrebbe approcciarsi ad un’esperienza in minivan con la famiglia ma è ancora titubante 😊

Nonostante il maltempo che sembra essere deciso a non mollare la nostra Italia – l’estate è alle porte, e con lei anche l’annoso problema delle ferie che diventano sempre più care, soprattutto se si ha una famiglia con cui muoversi.

Perchè allora non optare per una vacanza più economica e decisamente più avventurosa e divertente, specie agli occhi di un bambino, trascorsa a bordo di un minivan?

Parlando con alcuni di voi ci siamo accorti che la difficoltà iniziale sta soprattutto nel “gestire gli spazi” (ci staremo, non ci staremo?) e nella “capacità di guida” (sarà maneggevole, riuscirò anch’io che sono donna e ho meno forza nelle braccia?): dimenticatevi tutto questo!

Una vacanza in minivan con la famiglia è fattibilissima, basta solo cominciare dal poco per poi incrementare, passo a passo.

Ecco qua 5 buoni motivi per cui dovresti provare - almeno una volta nella vita - a sederti a bordo di un minivan e partire con tutta la famiglia: non te ne pentirai, fidati!

  1. OGNI GIORNO UNA SCOPERTA: Pensa a tuo figlio/a che ogni giorno scopre cose nuove con la sua “casa mobile”che l’accompagna: la trasformazione di un furgoncino in una casetta con 4 posti letto per lui è magia!
    Un LEGO gigante che ogni giorno si trasforma e lo porta a vivere nuove avventure: dormire in un bosco, su una spiaggia, in montagna a guardare le stellenuovi stimoli quotidiani da imprimere nella sua mente come esperienze che non dimenticherà mai

  2. FELICITA’ MINIMALISTA: un furgoncino è uno spazio ridotto, non c’è spazio per il superfluo. Abiti, oggetti.. tutto ciò che non c’entra viene scartato, regalato, per lasciare più spazio ai rapporti interpersonali.
    In un minivan gli spazi sono piccoli (non considerando la veranda ovviamente), si convive tutti molto vicini e questo fa sì che il dialogo si intensifichi e si rafforzi nel corso del viaggio
    Nel libro Guida sentimentale per camperisti di cui già vi avevamo accennato, Giuliano, post separazione dalla ex moglie, riconquista il rapporto con i figli (e forse anche la sua dimensione di uomo) proprio grazie ad un viaggio con un gruppo variegato di appassionati camperisti in cui si scopre di nuovo “vivo” …
    Un minivan è piccolo, accogliente e parla di te con poche piccole cose, non hai bisogno di chissà quanto per renderlo comfortevole!
Quetzal del Costa Rica

3. L’ACCETTAZIONE DELL’IMPREVISTO: uscire dalle “comodità” del viaggio canonico sfidando sè stessi con un mezzo che può avere oltre 40 anni.
Può capitare che al girare delle chiavi non ci sia subito una pronta risposta, o magari un guasto lungo il viaggio: imparare ad accettarlo, rallentare il giro e cercare soluzioni può essere una valida lezione di vita, che chissà forse può portare a una deviazione interessante.

4. DESTINAZIONI SCONOSCIUTE: Non tutti i posti fantastici distano migliaia di Km da casa!
Comincia ad esplorare quello che ti è vicino, “prendi le misure” col minivan passando una/due notti fuori e vedi come va: non è necessario passare da 0 a 100 immediatamente!
Il rapporto con un minivan è qualcosa che richiede tempo e amore, proprio come una relazione duratura ❤️

Ad esempio esistono fiumi meravigliosi in Emilia Romagna, dove ti puoi rilassare e godere di un’acqua meravigliosa mentre le spiagge sono super-affollate e con un’acqua dal colore poco invitante: dài un’occhiata qui per scoprire dove passare weekend rigeneranti con la tua famiglia,  e ricorda che il minivan rispetto al camper non necessita di parcheggi specifici ma valgono quelli delle auto!

Cascata a Castel del Rio

5. IL RISPARMIO: Nota dolente per tutti noi (o quasi), i soldi!
Ci troviamo sempre più spesso a fare i conti a fine mese (o per arrivare a fine mese?!) e con sempre più sacrifici da fare, ma perchè rinunciare al gusto del viaggiare con la propria famiglia?

Il costo di un biglietto aereo per 3/4 persone, l’hotel o i B&B  influiscono moto sul budget della vacanza se non prenotati con largo anticipo.

Un minivan può avere diverse alimentazioni, GPL, metano etc che rende il costo finale del viaggio decisamente inferiore e ammortizzabile per una famiglia.

Senza contare il risparmio su pranzi/cene/colazioni avendo a disposizione un frigorifero e dei fornelli per cucinare (presenti in quasi tutti i modelli camperizzati) con eventuali griglie da campeggio per esterni facilmente trasportabili.

A conti fatti una vacanza in minivan in famiglia – tenendo chiaramente conto del modello che si noleggia, delle zone e dei km che si vogliono fare – può portare a  un risparmio considerevole.

Non ne siete ancora convinti? date un’occhiata al blog di questa famiglia che di viaggi in minivan ne ha fatti ed è sicuramente esperta in materia! 😉

Noi ti consigliamo di provare intanto un’esperienza di un giorno o un paio di weekend  per capire come potrebbe essere, per poi eventualmente compiere “il gran passo” e acquistarne uno tutto tuo e assaporare la libertà che porta viaggiare con un mezzo del genere: siamo convinti che anche i tuoi bambini ne saranno entusiasti e non vorranno più scendere!

Che ne dici di provare un giorno a bordo di un minivan con tutta la famiglia?

Ti senti ispirato e vorresti correre a comprare un minivan immediatamente?

“Stop dreaming, start vanning”

Alla prossima!

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6 BUONI MOTIVI PER SCEGLIERE IL COSTA RICA COME META “SLOW TRAVEL”

Piccolo e prezioso come un gioiello, il nostro approccio” slow travel” nel paese più eco-sostenibile del mondo.  

Sono 10 giorni che ci stiamo perdendo e innamorando sempre più di ogni angolo che scopriamo in questo nostro “spring break” in Costa Rica.

Letture, forum e chiacchiere fra amici ci avevano definitivamente convinto per la scelta di questo paese del Centro America come meta di “stacco primaverile”, raccontandoci di quanto fosse eco-sostenibile, attento all’ ambiente e di come inducesse  al “viaggiare lento” che tanto ci piace.

Stavolta non siamo riusciti a trovare una Wendy o un minivan di simile fattura come fedele compagno di avventura, e ci siamo dovuti accontentare di Jeepy, ma vi possiamo dire che si è instaurato da subito un buon feeling nonostante la nostra ormai poca propensione a viaggiare con mezzi che non superino i 2 mt di altezza ☺️
Incastrata fra gli stati del Nicaragua a nord e Panamà a sud, ha un’estensione relativamente piccola e le distanze fra i punti d’interesse non sono eccessive, ma coprirle con un mezzo “normale” e non 4X4 può risultare a volte complicato, altre volte impossibile per la qualità delle strade e le alluvioni a cui sono soggette.

Bagnato da due oceani a est e a ovest, le  sue piccole dimensioni non lo rendono secondo a nessun paese in fatto di bio-diversità, in quanto all’ interno dell Costa Rica troviamo la bellezza di 25 parchi nazionali, 58 riserve naturali, 1500 km di costa lussureggiante e – meraviglia delle meraviglie – oltre un quarto del territorio nazionale è protetto a livello ambientale.
Per non parlare della fauna: più di 800 specie di uccelli, oltre 200 specie di mammiferi , più di 400 fra rettili ed anfibi e oltre 1500 specie di pesci.
Quetzal del Costa Rica

La bellezza di questa meta non è certo data solo dal paesaggio, ma anche dall’anima eco-sostenibile che batte nel cuore del Costa Rica: un progetto importante, una sfida che il paese sta affrontando, è quella di diventare nel 2021 il primo paese a zero emissioni di carbonio.

Come?

Partendo proprio dalla trasformazione del processo di produzione dell’alimento principale del Costa Rica, il caffè.

E’ il prodotto più esportato del Costa Rica, ma anche una delle principali fonti di emissioni di carbonio:  ecco perchè il Coffee Institute of Costa Rica sta lavorando insieme al Ministero dell’Agricoltura per sviluppare un processo che convogli il gas sprigionato dalle materie prime in decomposizioni e utilizzarlo per alimentare la produzione.
Il Costa Rica è un paese che brilla di luce proprio per l’alto utilizzo di energie rinnovabili e a livello turistico, l’Ente del Turismo di Costa Rica (ICT) ha progettato e creato il programma di Certificazione per il Turismo Sostenibile (CST) con l’obiettivo di differenziare le aziende del settore del turismo in base al loro grado di sostenibilità in termini di natura, cultura e gestione delle risorse sociali. 

Non male per uno stato così piccolo dare lezioni di eco-sostenibilità, non credi?

Degustazione di caffè

Eco-sostenibile e adatto allo "slow travel": come?

Qua i nostri sei punti di riflessione dopo un viaggiare da est a ovest e da nord a sud sul nostro fidato Jeepy (e ancora a viaggio non terminato☺️):
 
  1. La topografia 
    Come abbiamo detto il paese è piccolo MA al suo interno ci sono 9 vulcani e 3 catene montuose che raggiungono i 3800 mt: questo significa che le strade sono tortuose, a volte con scogliere da un lato e  colpite da piogge abbondanti a seconda delle stagioni (a volte anche durante la stagione “secca”).

    Quindi va benissimo guidare un mezzo ma vale sempre il vecchio detto “chi va piano……” 😄

  2. I panorami
    Un viaggio in Costa Rica mette a dura prova la relazione col guidatore: sarete pervasi dalla irrefrenabile voglia di fermarvi ad ogni angolo, curva o ponte per la varietà di paesaggi che incontrerete e la conseguente voglia di fotografare!

    La lentezza sarà vostra alleata in questo, assecondatela!

  3. La Bio-Diversità
    Esiste un paese altrettanto ricco di flora e fauna come il Costa Rica?

    Tenete sempre pronta la macchina fotografica perchè vedrete animali fantastici sulle strade quando meno ve lo aspettate: procioni, scimmie, bradipi , tucani e tanti altri uccelli coloratissimi!
    E sappiamo che con gli animali ci vuole calma e pazienza per “cogliere l’attimo” ..

  4. La cordialità
    Bancarelle, negozietti e le tipiche “sodas” – caffetterie dove consumare pasti economici – sono posti ideali per fare quattro chiacchiere con i locali, ma capita anche di attaccar bottone per strada nell’attesa di far passare una mandria di buoi!

    E proprio in quellattesa può capitare che ti venga proposto di andare a vedere una cascata o qualcos’altro di bellissimo a pochi km da lì:
    non sottovalutare il potere di ritardare il viaggio per goderti qualcosa che magari ti ricorderai a vita!

  5. Il traffico

    Entrare e uscire dalle città principali mette decisamente in modalità lentezza!
    Il traffico è caotico  – e pensare di attraversare da un lato a un altro la città in meno di un’ora è nelle ore di punta – è impossibile. Ergo, mettetevi l’anima in pace e rallegrate il guidatore con qualche bella canzone o lettura 😄 

  6. La cucina
    E per cucina non intendiamo i piatti locali”, ma la preparazione dei piatti locali!
    Entrate in una sodas, ordinate e prendetevela comoda: non si può stimare il tempo in cui “la cocinera” vi preparerà il suo ottimo “Casado”, ma di certo si può affermare che nel tempo di attesa avrete conosciuto mezza caffetteria…e perderete di vista il tempo, finalmente…

Chissà che al nostro rientro in patria non se ne aggiungano altri di punti a questo elenco, ma una cosa è certa:

la nostra mente qui in Costa Rica si sta “depurando dagli eccessi”.

I suoi ritmi, la bellezza sempre davanti agli occhi aiutano certo, ma non dimentichiamoci che “la lentezza” possiamo trovarla anche a casa , “obbligandoci” a rallentare partendo dalle piccole azioni quotidiane..
 

Sappiamo bene che un viaggio in minivan a 60Km/h può aiutare (leggi qui per approfondire)  che ne dici di provare?

Non sarà in Costa Rica certo (almeno per il momento!) , ma dài un occhio alle nostre Experience in partenza, chissà che non trovi la tua dimensione non troppo lontano da casa! ☺️

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CERVIA E IL SUO “ORO BIANCO” TUTTO DA GUSTARE

Breve storia allegra di un paese che ha trasformato in oro quello che la terra e il mare gli hanno regalato

Ti dice qualcosa il nome Ficocle?

Ti do’ un aiuto:  in greco significava “luogo reso celebre dalle alghe” e apparteneva ad una cittadina della Romagna che in antichità sorgeva molto vicina alla costa, che oggi è diventata meta di turismo alternativo grazie alle sue saline e le storie di pescatori che dal Veneto andarono lì in cerca di fortuna.

L’antica Ficocle cambiò nome sotto il dominio del Barbarossa, e divenne quella che oggi conosciamo come Cervia.
Mappa Cervia antica

L’etimologia del nome è in dubbio fra due versioni: la prima vuole che un tempo Cervia fosse circondata dai boschi e dalle foreste, che uno dei maggiori frequentatori di questi spazi verdi fosse il vescovo di Lodi e un giorno, mentre l’uomo passeggiava in pineta, un cervo, riconoscendolo come funzionario di Dio, gli si inginocchiò davanti in segno di devozione.

L’altra invece, ci dice che il nome della città era probabilmente dovuto alla presenza a Cervia degli “acervi”, enormi mucchi di sale depositati ai margini della salina dopo ogni raccolta.

 

I Cervesi sono quasi tutti concordi nel sostenere la prima versione, tant’è che lo  stemma della città rappresenta proprio un cervo dorato inginocchiato su terreno verde.
Stemma comune di Cervia
Possiamo sostenere che Cervia sia stata una “città itinerante”, considerando che cambiò posizione per ben tre volte dalle sue origini, e che l’aspetto urbano che conosciamo oggi le venne dato nel 1697 quando Papa Innocenzo XII, allora Capo dello Stato Pontificio, decise di firmare l’accordo per la ricostruzione della città nuova in una posizione geografica più salutare, spostandola dalle saline verso il mare.

Il documento indicava esattamente il numero delle case da costruirsi, la posizione della Cattedrale, del Palazzo Vescovile e delle carceri per una spesa complessiva di 35-40.000 scudi. 
Ampio spazio fu lasciato per i due Magazzini del Sale e la difensiva Torre San Michele, peraltro già costruiti da disegno nel 1691.
Magazzini del sale Darsena

Per saperne di più della Cervia di una volta clicca qui 🙂

I magazzini si presentavano come edifici massicci, con pochi ingressi e particolarmente ampi internamente in modo da potere contenere enormi quantitativi di sale, circa 130.000 quintali.

L’imponente Magazzino del Sale Darsena fu costruito alla fine del ‘600, si trova lungo il canale di Cervia che attraversa l’antico centro da est a ovest ed è visitabile  in occasioni speciali come le giornate del FAI .
Dall’altro lato del canale troviamo il MUSA  – il Museo del saleche conserva attrezzi tradizionali per l’estrazione e la lavorazione, documenti, foto e video che ci fanno capire l’importanza che questo  elemento naturale rappresentava – e rappresenta tutt’oggi –  per la forza e la ricchezza della città., tanto da essere definito “l’oro bianco”.

MUSA Cervia

Consiglio di perdersi nelle stradine del Borgo Saffi,

conosciuto anche come “Borgo dei Salinari”, proprio perchè i salinari si prestarono alla costruzione della “città nuova” fra il 1790 e il 1813 e che  come ricompensa al loro impegno  si videro riconosciuto il diritto – decaduto nel 1953 – a un alloggio gratuito che contava di  8 case dove abitavano circa 6 famiglie in ciascuno  per un totale di 48 alloggi.

Una curiosità che forse non sapete è che il sale, che a noi oggi appare come un alimento banale e scontato sulle nostre tavole,

ha invece ricoperto fin dai tempi antichi un ruolo prestigioso e fondamentale nelle economie di molte civiltà e ha reso Cervia quella che è oggi, un importante centro di produzione del sale.

Il sale in antichità era  sì un insaporitore di pietanze ma anche un potente conservatore di cibo.
Per questo già prima dell’età romana aveva assunto dignità di moneta e scambio, e si narra che al tempo di Augusto si potevano pagare i soldati anche con distribuzioni di sale (da cui la parola salario).

Importante sottolineare che il sale marino di Cervia è presidio Slow Food dal 2004  con una linea di prodotti molto ampia, fra cui sali aromatici, in particolare di quello alla salicornia, pianta spontanea di salina: un altro tassello importante per l’identità enogastronomica e culturale del nostro bel paese! 

Lasciatevi avvolgere dall’atmosfera delle saline  dove si respira ancora un’aria del “tempo che fu”
visitabili in diverse modalità che soddisfano tutti i gusti, decisamente “slow travel” proprio come piace a noi, si può scegliere fra un tour in  canoa, in bici, ammirare i cumuli di sale con le luci del tramonto o anche con un’escursione notturna.

Tour delle saline di Cervia in canoa

Se siete appassionati di fotografia o facilmente emozionabili dagli spettacoli naturali

vi consigliamo di non perdervi un tour alle saline, specialmente tra la fine di agosto e l’inizio di settembre quando avviene la “cavadura”, ovvero la raccolta del sale, il momento più importante di tutta la produzione  di un intero anno.

Grandi cumuli cristallini e lucenti offrono uno spettacolo meraviglioso che aspetta solo di essere immortalato dalle macchine fotografiche o anche solo di essere impresso negli occhi e nel cuore.

Armesa del Sal
Altro buon momento per conoscere la zona potrebbe essere il secondo fine settimana di settembre, quando si rinnova la tradizione dell’ “Armesa de Sel” (rimessa del sale) con lo spostamento del prodotto finito dalle aree di lavorazione ai magazzini per lo stoccaggio tramite “burchiella”,  tipica chiatta con due prue per l’impossibilità di invertire la rotta negli stretti canali delle saline.

 Un momento di festa popolare, che culmina nella manifestazione culturale ed enogastronomica Sapore di Sale  dove si rivive appieno il folclore di un lavoro tanto faticoso quanto prezioso per l’economia locale.

Non hai mai visitato una salina?
Fallo in maniera alternativa: sali a bordo di un minivan vintage, ti accompagniamo noi! 

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LA PIADINA, STORIA E CURIOSITA’ DEL DISCO PIU’ AMATO DI ROMAGNA

Identità-romagna: come un cibo semplice ha cambiato la vita dei romagnoli.

Quante volte ci siamo fatti tentare da quei pittoreschi chioschetti a strisce verticali che troviamo sparsi qua e là in tutta la Romagna?

Dal mare all’entroterra ci deliziano a tutte le ore del giorno e della notte con piadine di tutti i tipi, dolci o salate, alte o basse: ma quando nasce e dove  la mitica piadina romagnola?

il termine piada, secondo lo storico Piero Meldini, ha assunto diversi significati , sin dai secoli prima di Cristo, tutti accomunati dall’indicare “schiacciate e focacce di cereali: lievitate o azzime, condite o scondite, cotte nel forno, in padella, sul testo, sulla graticola o sotto la cenere, di grano o di qualsiasi altra cosa: cereali inferiori, tritello, castagne, ceci, fave, fagioli, cicerchie, veccie e in caso di estrema necessità, ghiande, crusca e perfino segatura”. 
Le origini della piadina

Sembra che i nostri amici romagnoli si siano inventati il “disco magico” perchè non gradivano “la cugina polenta”, ma avevano comunque necessità di creare un cibo con ingredienti poveri che riempisse ila pancia dei contadini e delle classi meno abbienti.

Di solito preparata con farina di mais (il formentone)  divenne sempre più diversificate grazie all’utilizzo di di farina di frumento, e quelle dolci, impastate anche con zucchero e uova, di cui il Pascoli si narra ne fu un illustre consumatore.

La piadina vedrà il suo
successo nel secondo dopoguerra, ed esattamente nel 1959 quando nacque vicino a Forlì “la piadina romagnola di Loriana la prima impresa dedicata esclusivamente alla piadina.

L’ospitalità romagnola, i divertimenti che offre la costa e la piadina super economica e altrettanto gustosa, contribuirono al boom turistico della Romagna. 
Ann 1970 nasce la società Vera Romagna: si diffonde la commercializzazione della Piadina a marchio Loriana

Da quel momento in tutta la Romagna sarà un fiorire di chioschi e imprese dedicate a questo alimento semplice, composto di acqua, farina, strutto e sale che vanta un giro d’affari di 130 milioni di euro ed è in continua ascesa.

E finalmente la piadina è riconosciuta come cibo IGP (indicazione geografica protetta), notizia che ci rende felici sia per la sensibilità nel riconoscere il cibo come parte fondamentale dell’identità di un paese, che nel tutelarlo da eventuali tentativi di copie dal sapore improbabile sulla scia degli “spaghetti alla bolognese” 😮
 
La piada o piadina – che dir si voglia – E’ IL CIBO che identifica tutta la Romagna, dalla Rimini Felliniana alla Ravenna più artistica, ma è considerato da sempre anche strumento di autonomia e lavoro delle donne della zona, le cosiddette “azdore” che si mettevano (e qualcuna resiste nella tradizione!) a prepararle fuori dalla porta di casa.

“Azdore” non è una parolaccia!
Se non hai un’idea del significato, clicca qui 🙂

Azdora romagnola

Nell’ IGP oggi troviamo quindi da un lato la piada tipica romagnola, più piccola e più spessa (meno di 15 centimetri di diametro e dai 3 agli 8 millimetri di spessore), di solito prodotta artigianalmente dai chioschi e la piadina di Rimini più larga e sottile, con un diametro che può variare tra i 22 e i 35 centimetri e uno spessore massimo di 3 millimetri. 

Vuoi metterti alla prova nella preparazione della piadina romagnola?
Qui la ricetta ufficiale con gli ingredienti del territorio ovviamente!

Ingredienti per 5 piadine 

PROCEDIMENTO

Con la farina si crea un piccolo cratere al cui interno si mette lo strutto. La piadina si impasta partendo dall’interno, portando la farina sullo strutto e si aggiungono gli altri ingredienti aiutandosi con un po’ di acqua tiepida.

Secondo i consigli delle azdore romagnole, il movimento per un impasto perfetto parte dalla spalla e le gambe vanno tenute un po’ flesse. L’impasto si lavora per una decina di minuti e poi si divide per il numero di piadine da fare.

Ognuna si tira con il matterello fino a ottenere un disco di diametro fra 15 e 30 centimetri. Per cuocerla si consiglia una teglia tonda di terracotta. Si appoggia dall’alto verso il basso. Si fora con le punte della forchetta.
Si gira e si fora di nuovo. Tre volte.
Il tutto entro 5 minuti
 La prima cotta, dicono le esperte, è pazzerella 😄

Ehm…noi ci abbiamo provato, ma il risultato non è stato ottimale! 
Per questo abbiamo chiesto aiuto a Gianna dell’agriturismo Ca’ Ridolfi,  un’esperta in materia 🙂

Gianna di Ca' Ridolfi e la sua piadina

Se anche tu hai voglia di “mettere le mani”  in un pezzo di tradizione culinaria romagnola, partecipa alla Togovan Experience con laboratorio di piadina.

Ti aspettiamo pronto a sporcarti!😉

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LA BELLEZZA A POCHI PASSI DA NOI

Metti un minivan in campagna e....

Non è necessario volare a migliaia di Km da casa per “godere della bellezza”

Quanti posti meravigliosi abbiamo qui in Italia, ci hai mai pensato?

e non mi riferisco a quelli “scontati” e ormai conosciuti, ma a quelli che ti suggerisce un amico, a quelli in cui ti trovi per caso esclamando un “pensa te che bellezza, non l’avrei mai detto”!
L’insieme di tutta questa bellezza rappresenta la nostra identità e sarebbe come fare un torto a noi stessi il privarci dello scoprirla quanto più possibile, non credi?

A cominciare dai vari cammini, la via Francigena, il cammino degli dèi, il Sentiero Italia ad esempio, che sarà percorso per un’anno e mezzo da un gruppo di ragazzi attraverso il progetto va Sentiero.

Questi sono solo alcuni esempi, ma di meraviglie – senza bisogno di fare chilometri a piedi – sono sicura ne hai anche tu vicinissimo a casa:

non è fondamentale prendere un aereo per esplorare della bellezza, basta solo guardare quello che ci circonda e apprezzarlo con occhi diversi.

Il mondo è tuo, esploralo!
Una delle piacevoli scoperte di questi giorni ad esempio è stato il borgo di Bertinoro, detto anche “il balcone della Romagna” perché dalla sua terrazza si gode di una vista meravigliosa che apre il cuore sulla pianura romagnola fino a dove la linea dell’orizzonte si confonde con quella del mare.
Bertinoro e la sua vallata
Sorge su una collina fra Forlì e Cesena ed è conosciuto anche come “città del vino e dell’ospitalità” e a ragione direi, considerando il susseguirsi di cantine che troviamo sulla strada dei vini e dei sapori e la gentilezza con cui i suoi abitanti accolgono i viaggiatori: ci sono realtà, come la CaRossa di Massimo e Liana che abbracciano appieno la filosofia del viaggiare lento e conviviale, mettendo a disposizione la loro agri-sosta, uno spazio immerso nel verde dove parcheggiare il proprio minivan e dar vita a una grigliata con amici nelle più calde serate estive.
Fattoria Ca Rossa
Attorno al borgo di Bertinoro si allungano a vista d’occhio ettari di vitigni, soprattutto Sangiovese e Albana (l’oro di Bertinoro), senza dimenticare il Refosco e Bombino bianco, divenuti autoctoni come i nomi Cagnina e Pagadebit.
P.S: sai perchè si chiama Pagadebit?
il vitigno ha particolari caratteristiche di resistenza alle avversità climatiche. In questo modo il contadino, anche nelle annate peggiori, produceva comunque del vino utilizzabile per pagare i debiti contratti nell’annata precedente. Per questo motivo un altro nomignolo dato al vitigno è Straccia Cambiale 😁 

Massimo e Liana vanno orgogliosi del loro
ceppo di Albana che dal lontano innesto del 1937 – continua a a produrre in maniera egregia – fino a kg490 di uva come quest’anno, da cui si ricava un Albana raffinato e sicuramente unico! 
Noi aspettiamo con ansia il momento del test 😉

Lungo le stradine di ciottoli di Bertinoro si alternano palazzi storici, chiese, abitazioni che costeggiano i resti dell’antica cinta muraria e si respira un’atmosfera di stampo medievale.

Il cuore lo troviamo in Palazzo Ordelaffi, antico palazzo municipale risalente al 1306 e nella piazza principale – piazza dell Libertà – c’è la Torre dell’Orologio che, in passato fungeva da faro per i naviganti

La piazza di Bertinoro e la sua "terrazza sulla Romagna"
Da non perdere è inoltre la Rocca: costruita prima dell’anno mille e che  nel 1302 ospitò persino nomi illustri come Dante Alighieri, ricordato da Carducci sua ode “La Chiesa di Polenta”.

Le due strade che di certo meritano una visita sono la strada della Vendemmia e quella dei Mestieri Scomparsi: due vie del borgo in cui artisti locali espongono le proprie opere in maniera permanente, rappresentando i due diversi temi.
Cercate via Vendemini, un vicolo di circa 100 metri in cui si susseguono sette tele rappresentanti i momenti salienti della vendemmia e via delle Mura, che ospita sei dipinti di artisti contemporanei che celebrano le antiche tradizioni di Bertinoro e le abilità manuali dei suoi abitanti.
Strada della vendemmia

Ma Bertinoro non è solo Medioevo: dentro di lui pulsa anche un’anima moderna e di design

che troviamo degnamente espressa nella magnifica struttura della cantina Campodelsole che spicca nella vastità dei filari. 
Progettata dall’architetto tosco-romagnolo Fiorenzo Vabonesi, la cantina di vinificazione ‘Campo del Sole’ si integra con efficacia nel contesto ambientale delle colline di Bertinoro grazie a un’architettura che  dialoga col paesaggio disegnato dai vigneti, cercando di ridurre al minimo l’impatto della nuova costruzione.
 
La continuità col verde circostante è garantita dalla grande copertura, elemento unificante e fortemente caratterizzante l’intero sistema, realizzata con alluminio verniciato color verde rame che si mimetizza con la fiorente vegetazione circostante.
Tutto il sistema architettonico rispecchia la volontà della committenza di far mostra di ogni fase della produzione: la scelta di vetrare tutto il fronte del locale di vinificazione e rendere visibile e accessibile questo stesso interno anche direttamente dagli adiacenti uffici e locali di ricezione.
Campo del Sole

“Noi mentre il mondo va per la sua strada, noi ci rodiamo, e in cuor doppio è l’affanno, e perché vada, e perché lento vada” 

…scriveva il romagnolo Giovanni Pascoli ne “Il Cane”,  e noi lentamente scendiamo “a valle” – verso Cesena – alla scoperta di un’altra perla nascosta nella strada bianca di Tranzano, l’azienda agricola Terre Giunchi dove Enrico ci accoglie raccontandoci la storia di quello che ad oggi è sia un’azienda vinicola che un concetto ancora più grande racchiuso in Agricola.

La voglia di sperimentare e la visione moderna di Enrico e della sua famiglia hanno portato a creare una sinergia totale fra l’ambiente e i prodotti che vengono coltivati direttamente,creando un luogo per staccare la spina dalla frenesia quotidiana e ritrovarsi immersi nel verde per riappropriarsi del proprio tempo e ritrovare una dimensione naturale.

Terre Giunchi azienda agricola

Enrico ci racconta del progetto di espansione della cantina con la creazione di un punto ristoro, così da poter scorrere in maniera fluida dal visitare gli spazi della vinificazione, al degustare i propri vini prodotti con uve trattate il minimo indispensabile: noi di Togovan non vediamo l’ora di parcheggiare i nostri minivan nella splendida cornice della corte antistante, all’insegna di una giornata ricca di magia, buon vino e sapori di Romagna!

Non vediamo l’ora, e in attesa dell’estate e delle nuove esperienze in territorio Cesenate, ad Aprile saremo in zona Faenza con la piadina di Gianna e la cucina stagionale dell’agriturismo il Pratello: non sai quando?

Trovi tutte le info qui, ti aspettiamo!

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“LESS IS MORE”

Rallentare e godersi la strada, più che la destinazione

“Buon viaggio

Che sia un’andata o un ritorno
Che sia una vita o solo un giorno
Che sia per sempre o un secondo
L’incanto sarà godersi un po’ la strada”
 

Il nostro Cesare Cremonini cantava così in una canzone di qualche anno fa e mi trova sulla stesa lunghezza d’onda: godiamoci la strada!

E mi domando, ma veramente lo facciamo?
Nella società in cui ogni giorno siamo sempre più portati a correre per assecondare i nostri “bisogni” (o anche quelli degli altri?chissà) mi fa davvero riflettere a quanto davvero ci godiamo il percorso più che la destinazione.
 
Mi capita ad esempio, di sentire sempre più spesso amici e conoscenti che mi dicono avere pochi giorni disponibili per le tanto attese ferie, chiedondomi però di costruire itinerari con “tante cose da vedere” , talmente pieni da risultare impraticabili anche al più preparato maratoneta! 
 

A mia domanda del perché tutta questa smania di correre ANCHE in ferie la risposta è quasi sempre:
“e se poi non ci ritorno?
Voglio vedere quanto più possibile”!

A questa risposta segue sempre un mio “Ah ok, se intendi vedere mi sta bene, ma pensi davvero di entrare nell’essenza del posto che visiti schizzando come una pallina da flipper su e giù per un paese, o ti rimarrà solo un timbro sul passaporto”?

E lì…il vuoto………..

Solo timbri o esperienze?

Quali esperienze ti porti a casa, se corri talmente tanto che nemmeno hai il tempo di renderti conto di dove ti trovi?!

Non so se è capitato anche a te questa frenesia di “voler vedere tutto” ma davvero vogliamo farci stressare anche dal viaggio?

Su un interessante articolo di Riza leggiamo come lo stress nasca sempre da obblighi autoimposti:

“Darsi una meta o elaborare un progetto sono buoni test per comprendere quanto sia in nostro potere aumentare o diminuire lo stress, per capire cioè se stiamo agendo in modo elastico e quindi naturale o rigido e quindi patologico. Nel secondo caso, tenderemo a operare secondo tempi e modalità schematiche che ci auto-imponiamo di rispettare. Più crescono le aspettative, più questi programmi si fanno stringenti, più sale lo stress”

Le aspettative ci fregano, nel quotidiano così come nel viaggio, e qui forse ancora di più perchè si investono soldi e tempo prezioso…e  allora, perchè non provare ad abbandonarle, perchè non lasciare liberi testa e corpo per qualche giorno?

Che sia un giorno, un weekend o un viaggio più lungo e impegnativo,
qual’è il vantaggio nel riempirlo di mille ingredienti, aspettative (magari troppo alte) se poi a lato pratico la nostra memoria fa fatica a ricordare anche solo un dettaglio, una persona o uno specifico evento?

Che non significa non programmare affatto, certo, ma darsi più spazio e godere di quello che la strada ci può offrire, farsi sorprendere e cambiare rotta anche se implica una “perdita di tempo” rispetto alla meta prefissata.

Ti consiglio questo bel libro di Erica Barbiani che ho appena finito di leggere,  Guida sentimentale per camperisti  che mi ha fatto assaporare ancora di più il senso della sorpresa e del lasciarsi andare alla lentezza di un viaggio itinerante e assolutamente “slow”.
Lasciare i pregiudizi e mollare le convinzioni, proprio quello che fanno i protagonisti molto eterogenei di questo bel romanzo “en plen air”.

Erica Barbiani -Guida Sentimentale per Camperisti
Ricordiamoci, cari vanner e van lover, che siamo agli inizi del 2019 proclamato l’anno del turismo lento (slow travel) dall’ex ministro dei Beni culturali e turismo, Dario Franceschini: 
 
“Il 2019 anno del turismo lento sarà un ulteriore modo per valorizzare i territori italiani meno conosciuti dal turismo internazionale e rilanciarli in chiave sostenibile favorendo esperienze di viaggio innovative, dai treni storici ad alta panoramicità, agli itinerari culturali, ai cammini, alle ciclovie, ai viaggi a cavallo. Investire sul turismo sostenibile”, aveva concluso “è una strategia di sviluppo che ha come fine la tutela e la riproposizione innovativa di luoghi, memorie, conoscenze e artigianalità che fanno del nostro Paese un luogo unico: un circuito di bellezza straordinariamente diffuso lungo tutto il suo territorio fisico, e lungo un arco di secoli di civiltà. Una strategia fondamentale per governare la crescita dei flussi turistici che ci attendiamo per i prossimi anni”.
 
L’origine dello SLOW TRAVEL risale al 1986 per mano di Carlo Petrini,  che con un nuovo movimento culturale e gastronomico – denominato in seguito Slow Food – si pose l’obiettivo di “invertire la rotta” con cui scorre la velocità della vita.

Secondo Carlo a una maggiore lentezza equivale una maggiore consapevolezza, una presa di coscienza, in forte opposizione quindi al “mordi e fuggi” tipico di crociere o di tour da giapponesi di 5 giorni su e giù per l’Italia, isole comprese! 
 
Chissà poi perché “lento” è una parola che spaventa molti: forse perchè fermarci un po’ ci obbliga ad entrare in contatto con noi stessi, a riflettere, pensare, a scendere un po’ dalla ruota del criceto in cui ci rifugiamo o semplicemente di cui ci ritroviamo inconsapevolmente a far parte…
 
Viaggiare lento, per me come per Carlo, significa immergersi nelle realtà locali, vivere un’esperienza che includa il sapore del confronto con chi vive in quella realtà, rispettarne il contesto e avere la fortuna di condividerlo con altri viaggiatori.
 
Ti segnalo alcuni festival interessanti se vuoi approfondire il mondo slow travel:

 
In cerca di traqnuillità

Cucinare piatti cambogiani a Battanbang o dormire presso una famiglia Iraniana a Kashan e bere con loro dell’ottimo chai, son state esperienze che resteranno ferme nella memoria, ma le ho godute al massimo perchè ho rallentato e mi sono fatta sorprendere dall’imprevisto, evitando di passare alla città successiva e accettando di mettere una puntina in meno sul tanto adorato planisfero! ☺

Corso di cucina al Coconut LyLy di Battambang

Tu hai mai avuto voglia di rallentare, di “uscire dagli schemi”, prenderti il tempo e il gusto di  fare nuove esperienze?

Io sì,e ti confesso che è una sensazione sempre più forte e che va di pari passo con le mie scoperte  di tante, piccole bellezze nascoste che ci offre la nostra meravigliosa Italia.
Come il borgo di Modigliana ad esempio, oppure l’agriturismo dove ancora si usa tirare a mano la piadina come la signora Gianna è solita fare…come dici, non conosci nessuno dei due?

Allora potrebbe essere un buon momento per cominciare questo 2019 all’insegna dello slow travel!  ☺

Riprenditi il tuo tempo e il contatto con una vita più tranquilla, comincia da qui!

Enjoy slow travel!

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RITROVARE la SERENITÀ A 60Km/h E CON SOLO UN BAGAGLIO A MANO

La felicità con poco in pochi metri è possibile (anche per noi donne)!

Scrivo questo articolo perché tanti amici e conoscenti non si sono capacitati del fatto che ho convissuto per  10 giorni in uno spazio piccolo come quello di un minivan degli anni 70, col fidanzato e un trolley da 10kg… cose apparentemente inconciliabili come la voglia di saldi in una donna e la pazienza di un uomo nell’accompagnarla…
 
In realtà il desiderio di un viaggio a bordo di un pulmino vintage è sempre stato dentro di me, da quando un’amica – in giovane età – mi ha fatto scoprire questo mondo fatto “di lamiere tondeggiante e occhioni cigliati”, di sedili colorati e carrozzerie sgargianti, passando da un raduno a Valdobbiadene con alpini e cascate di Prosecco a un altro sulla costa Toscana dal sapore decisamente più “Etrusco” …
 
Subito innamorata di questi mezzi ai quali mi sembrava mancasse solo la parola…mai però avrei pensato di partire dopo tanti anni alla volta di Tenerife con quella “casina” sempre sopra la testa a rassicurarmi…ma soprattutto tornare così rigenerata e rilassata emotivamente è stata una grande sorpresa.
Wendy alla spiaggia El Médano

Beh e com’è possibile, direte voi?

 In realtà è nato tutto in maniera molto spontanea alla fine dell’anno 2017,  quando cercando un alloggio sull’ isola Canara ci siamo imbattuti in Wendy, T2 Volkswagen del 1975 perfettamente restaurato da una coppia di italiani traslocati a Tenerife da anni: io e il mio compagno ci siamo guardati e  – una volta vinto il suo iniziale scetticismo tipico del maschio romagnolo del “chissà se questo trabiccolo viaggia” – abbiamo cliccato “prenota” e in pochissimo tempo ci siamo ritrovati catapultati in una dimensione totalmente nuova, noi che di viaggi ne avevamo comunque sempre vissuti tanti e nelle modalità più “variopinte”, camper compreso per quanto mi riguarda.
 
Sicuramente è stato decisivo l’impatto emotivo che ci ha trasmesso salire su Wendy per la prima volta e le relazioni che si costruivano curva dopo curva, sosta dopo sosta, con gli altri viaggiatori e isolani che incontravamo: fermarsi a dormire in piena natura, a picco sul mare o in un bosco ma senza aver paura che potesse succederci qualcosa di brutto, incontrare persone che ci offrivano del cibo o semplicemente fare un brindisi con quel che “si aveva in casa” solo perché “riconosciuti” come “viaggiatori lenti e alla scoperta”,ci provocava stupore e allo stesso tempo un senso irrefrenabile di allegria e voglia di condivisione.
Wendy e il faro de Abona
Era proprio quello che andavamo cercando in quel periodo: volevamo allontanarci da tutto quello che era “fretta”, il poco tempo da dedicare a noi stessi, agli altri (noi in prima persona  peccavamo a volte di questa mancanza ) e un senso di perdita di contatto con l’altro anche se eravamo sempre immancabilmente presenti “online”.
 
C’era bisogno di tranquillità, di uno spazio/tempo a misura d’uomo e non di automa, ci doveva essere del “tempo da perdere”
 
Wendy dall’alto dei suoi 42 anni – portati splendidamente – ci aiutava inconsapevolmente a riprendere i contatti con una dimensione che ci stavamo perdendo, facilitava le conversazioni con i “vicini di sosta”, provocava esclamazioni di simpatia mentre “sfrecciava ai 60km/h” sulle strade più o meno tortuose di Tenerife.
 
E nonostante i suoi spazi ristretti –  ma tagliati talmente bene da far invidia alle soluzioni Ikea – e piccoli sacrifici verso la solita comodità (tipo “cerca la scarpa in cima al pulmino per scendere a fare pipì” e “ma la pompa dell’acqua che fino a ieri funzionava, che fine ha fatto”?!) posso felicemente affermare che noi donne sopravviviamo!
 
Anzi, si ha forte e chiaro la certezza che ci si sente belle, libere e forti anche solo con un vestito e un paio di jeans, che i capelli sono belli anche se non piastrati tutte le sere e ci si può truccare anche in uno specchio retrovisore e che il cuore…se si addormenta con le stelle e si risveglia con l’alba sul mare è un cuore più sereno…
Spiaggia di Tajao

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Oppure contattami pure a info@togovan.com sarò felice di risponderti!

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Se invece non sei convinto di partire per un viaggio così lungo, ma vorresti comunque provare l’esperienza di un giro a bordo di questi fantastici pulmini, iscriviti ad una delle Togovan Experience: a partire si fa sempre in tempo dopo aver provato, giusto? ☺

A presto e STAY TUNED!

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CHI CONOSCE L’HIPPIE TRAIL ALZI LA MANO!

hippie trail

Pantaloni a zampa, stampe a fiori a go-go ma non solo…

Quando parliamo di hippie la nostra mente ci rimanda a immagini di gruppi di persone sballate da sostanze stupefacenti e scene di promiscuità sessuale più o meno esplicite, MA..davvero sono stati solo questo?
Vediamo di chiarirsi le idee, o almeno proviamoci!
 
Si narra che l’hippie trail, letteralmente ‘Sentiero Hippie’ o ‘Rotta Hippie’– detto anche  Overland – sia il nome del viaggio intrapreso dai membri dalla contro-cultura hippie dalla metà degli anni ’50 alla fine degli anni ’70, partendo dalle capitali europee come Londra, Amsterdam e Berlino, per poi “entrare ad est” attraverso la Yugoslavia, Bulgaria o Grecia e arrivare in Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, Nepal e concludere il tour in India.
Le tappe dell'Hippie Trail

E’ doveroso però far notare che Nicolas Bouvier, giornalista e scrittore, nel suo romanzo del 1963 “La polvere del mondo” narra le proprie vicende  in viaggio – con un amico pittore – da Ginevra fino al Khyber Pass nel 1953 a bordo di una Topolino: grazie ai loro testi e ai loro disegni coprirono le spese per un viaggio durato 18 mesi attraverso i Balcani e arrivando fino al Pakistan, anticipando di oltre un decennio il percorso che sarebbe stato poi battezzato l’Hippie Trail.

La prerogativa di questo viaggio, effettuato prevalentemente da europei, nord americani e australiani che si muovevano alla scoperta dell’Oriente – era quella di entrare il più possibile in contatto con le comunità locali contenendo i costi, viaggiando su autobus o minivan privati affittati a basso costo.

Con alcuni treni si riusciva a raggiungere –  dall’Europa dell’est – la città Iraniana di Mashhad, per poi proseguire con mezzi privati, autostop e autobus quasi mai confortevoli…un po’ come gli ostellieconomici ma che davano vita a grandi sinergie e voglia di raccontarsi.

I viaggiatori erano prevalentemente single, ma c’erano anche coppie e famiglie: tutti si avventuravano in questo tour alla scoperta di quella che oggi chiameremo una parte della Via della Seta, e molti di loro riuscivano a concludere la rotta.

L’utilizzo di minivan attrezzati – soprattutto Volkswagen – nacque appunto dall’esigenza di risparmiare tempo e denaro  per godere di un periodo di viaggio più lungo possibile e potersi soffermare nei punti più interessanti: nessuna pianificazione, nessun programma da seguire, un tetto sopra la testa e la libertà di fermarsi dove piaceva. 

Volkswagen T2 decorato a fiori
Alcuni viaggiavano in carovana, altri in solitaria, ma lo spirito di gruppo non mancava mai: se c’era un problema ci si fermava e lo si risolveva…niente male come aspetto, considerando la società in cui viviamo oggi, no?
 
Niente di più bello stava dietro la filosofia dell’hippie trail, al “perchè”  intraprendere un viaggio del genere:
 
  • stringere relazioni con le comunità locali rispetto al solito “turismo” asettico
  • viaggiare su mezzi condivisi o con minivan in totale autonomia
  • alloggiare in ostelli dove si stringevano amicizie o nascevano amori che spesso vedevano il proseguimento del viaggio insieme
Ma allora perchè associamo  l’immagine degli hippie in primis a droghe e quant’altro?
 
Purtroppo alcuni viaggiatori si spinsero nella regione fra Kabul e Peshawar per provare il famoso oppio e la cannabis di cui la zona era ricca, e da lì paesi come Pakistan e Afghanistan cominciarono a non essere più così aperti verso chi aveva come unico scopo l’assunzione di droghe, limitando così l’accesso al percorso anche a chi non avrebbe avuto la minima intenzione.
 
I movimenti hippie degli anni ’70 – il festival di Woodstock in prima linea – contribuirono poi a rendere la parola hippie sinonimo di sballo e degenerazione.
 
Credo però ci dovremmo fermare a riflettere su quello che è stato il motivo che spinse alla partenza verso una simile avventura: la scoperta, il viaggio come interazione umana e condivisione di emozioni.
Il resto poi – come spesso purtroppo accade – è stato un degenerare dell’uomo, un cercare il limite massimo per mostrare ribellione a schemi prefissati, fino però ad arrivare all’autolesionismo.
 
Pensa a quegli anni, quando non c’era informazione online, i consigli di viaggio e le possibilità che esistono oggi: non era pazzesco intraprendere un viaggio del genere?
Tu non ti saresti sentito un vero avventuriero?
 
Ho avuto il piacere di vivere alcune tappe dell’hippie trail, viaggiando sempre  “zaino in spalla” e mi sono rimaste nel cuore…
Le sensazioni ricevute da questi posti, l’accoglienza da paesi così apparentemente diversi fra loro ma uniti da un senso di tranquillità e pace – mi hanno fatto rivivere un “hippie trail” a distanza di decenni, sposando appieno la filosofia di viaggio con cui nacque: ricerca di condivisione, scoperta e pace.
 

Te ne elenco alcune, in caso alla fine di questo articolo ti venisse voglia di partire 🙂

Il deserto dei Khaluts - Iran
Aspettare l’alba praticando yoga sul tetto di un’abitazione a Varkala, lasciare la bellezza della piazza di Isfahan per salire su un bus di iraniani impazienti di attaccare bottone, cenare in una capanna di legno in piena giungla a Chiang Mai provando a interagire con il capo villaggio, sono esperienze autentiche, che rimarranno sempre dentro di me e mi hanno confermato quanto si possa essere fisicamente distanti ma di anima così vicini…
 
Sfortunatamente oggi alcune tratte di quel meraviglioso itinerario sono interrotte perché si dovrebbero attraversare “territori caldi” per questioni politiche e conflitti, ma si hanno molte testimonianze di avventurieri che sono partiti con la voglia di cogliere l’essenza di libertà che è insita nel viaggiare in questa modalità.
 
Primi fra tutti i fondatori della nota casa editrice Lonely Planet, i coniugi Tony e Maureen Wheeler che – freschi sposini – scelsero un “viaggio di nozze” lungo e decisamente alternativo sulla rotta degli hippie a bordo prima di un furgoncino – che poi rivendettero in Afghanistan – per poi proseguire il viaggio sui “chicken buses” (già, letteralmente “per polli”!) ossia  treni di terza classe e camion a lunga percorrenza.
 
Morale, dopo nove mesi finirono la loro esperienza, trovandosi in mano 27 cent. e la loro prima pubblicazione “Across Asia on the cheap” (Attraverso l’Asia con pochi soldi) che divenne immediatamente un best seller.

Il resto è noto (e non è male)… 

Altro esempio da citare è lo scrittore viaggiatore canadese Rory Mc Lean, che fu uno degli intrepidi ad intraprendere l’hippie trail a distanza di molti anni dai primi viaggiatori, trovando sicuramente una fisionomia geo-politica molto diversa dopo il conflitto americano-afgano:
Trascrisse e emozioni e scoperte nel suo libro Magic Bus, e qui trovate una mappa interattiva delle location più suggestive suddivise per tappe.
 
Spero quindi che d’ora in poi, se qualcuno azzarderà un “sei proprio hippie” tu non la prenda come un’offesa ma anzi, ne sia orgoglioso:
se essere hippie significa uscire dagli schemi e ribellarsi a qualcosa di statico e imprigionato per cercare un confronto o un’altra dimensione, beh a me questa definizione piace molto.
 
E se da un viaggio torno più “rallentata” – come succedeva ai nostri hippie, ben venga, vuol dire che ho staccato davvero..
Viaggiare per scattare una foto e dire “in quel posto ci sono stata” non so per te, ma a me non appartiene…..
 
E tu, hai mai provato una forma di viaggio alternativa e profonda?

No, ma vorresti provare?

Bene, noi siamo qua, pronti per la tua prima esperienza a bordo di un minivan, proprio come a quel tempo!
A presto,
keep in van! 

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