CHI CONOSCE L’HIPPIE TRAIL ALZI LA MANO!

hippie trail

Pantaloni a zampa, stampe a fiori a go-go ma non solo…

Quando parliamo di hippie la nostra mente ci rimanda a immagini di gruppi di persone sballate da sostanze stupefacenti e scene di promiscuità sessuale più o meno esplicite, MA..davvero sono stati solo questo?
Vediamo di chiarirsi le idee, o almeno proviamoci!
 
Si narra che l’hippie trail, letteralmente ‘Sentiero Hippie’ o ‘Rotta Hippie’– detto anche  Overland – sia il nome del viaggio intrapreso dai membri dalla contro-cultura hippie dalla metà degli anni ’50 alla fine degli anni ’70, partendo dalle capitali europee come Londra, Amsterdam e Berlino, per poi “entrare ad est” attraverso la Yugoslavia, Bulgaria o Grecia e arrivare in Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, Nepal e concludere il tour in India.
Le tappe dell'Hippie Trail

E’ doveroso però far notare che Nicolas Bouvier, giornalista e scrittore, nel suo romanzo del 1963 “La polvere del mondo” narra le proprie vicende  in viaggio – con un amico pittore – da Ginevra fino al Khyber Pass nel 1953 a bordo di una Topolino: grazie ai loro testi e ai loro disegni coprirono le spese per un viaggio durato 18 mesi attraverso i Balcani e arrivando fino al Pakistan, anticipando di oltre un decennio il percorso che sarebbe stato poi battezzato l’Hippie Trail.

La prerogativa di questo viaggio, effettuato prevalentemente da europei, nord americani e australiani che si muovevano alla scoperta dell’Oriente – era quella di entrare il più possibile in contatto con le comunità locali contenendo i costi, viaggiando su autobus o minivan privati affittati a basso costo.

Con alcuni treni si riusciva a raggiungere –  dall’Europa dell’est – la città Iraniana di Mashhad, per poi proseguire con mezzi privati, autostop e autobus quasi mai confortevoli…un po’ come gli ostellieconomici ma che davano vita a grandi sinergie e voglia di raccontarsi.

I viaggiatori erano prevalentemente single, ma c’erano anche coppie e famiglie: tutti si avventuravano in questo tour alla scoperta di quella che oggi chiameremo una parte della Via della Seta, e molti di loro riuscivano a concludere la rotta.

L’utilizzo di minivan attrezzati – soprattutto Volkswagen – nacque appunto dall’esigenza di risparmiare tempo e denaro  per godere di un periodo di viaggio più lungo possibile e potersi soffermare nei punti più interessanti: nessuna pianificazione, nessun programma da seguire, un tetto sopra la testa e la libertà di fermarsi dove piaceva. 

Volkswagen T2 decorato a fiori
Alcuni viaggiavano in carovana, altri in solitaria, ma lo spirito di gruppo non mancava mai: se c’era un problema ci si fermava e lo si risolveva…niente male come aspetto, considerando la società in cui viviamo oggi, no?
 
Niente di più bello stava dietro la filosofia dell’hippie trail, al “perchè”  intraprendere un viaggio del genere:
 
  • stringere relazioni con le comunità locali rispetto al solito “turismo” asettico
  • viaggiare su mezzi condivisi o con minivan in totale autonomia
  • alloggiare in ostelli dove si stringevano amicizie o nascevano amori che spesso vedevano il proseguimento del viaggio insieme
Ma allora perchè associamo  l’immagine degli hippie in primis a droghe e quant’altro?
 
Purtroppo alcuni viaggiatori si spinsero nella regione fra Kabul e Peshawar per provare il famoso oppio e la cannabis di cui la zona era ricca, e da lì paesi come Pakistan e Afghanistan cominciarono a non essere più così aperti verso chi aveva come unico scopo l’assunzione di droghe, limitando così l’accesso al percorso anche a chi non avrebbe avuto la minima intenzione.
 
I movimenti hippie degli anni ’70 – il festival di Woodstock in prima linea – contribuirono poi a rendere la parola hippie sinonimo di sballo e degenerazione.
 
Credo però ci dovremmo fermare a riflettere su quello che è stato il motivo che spinse alla partenza verso una simile avventura: la scoperta, il viaggio come interazione umana e condivisione di emozioni.
Il resto poi – come spesso purtroppo accade – è stato un degenerare dell’uomo, un cercare il limite massimo per mostrare ribellione a schemi prefissati, fino però ad arrivare all’autolesionismo.
 
Pensa a quegli anni, quando non c’era informazione online, i consigli di viaggio e le possibilità che esistono oggi: non era pazzesco intraprendere un viaggio del genere?
Tu non ti saresti sentito un vero avventuriero?
 
Ho avuto il piacere di vivere alcune tappe dell’hippie trail, viaggiando sempre  “zaino in spalla” e mi sono rimaste nel cuore…
Le sensazioni ricevute da questi posti, l’accoglienza da paesi così apparentemente diversi fra loro ma uniti da un senso di tranquillità e pace – mi hanno fatto rivivere un “hippie trail” a distanza di decenni, sposando appieno la filosofia di viaggio con cui nacque: ricerca di condivisione, scoperta e pace.
 

Te ne elenco alcune, in caso alla fine di questo articolo ti venisse voglia di partire 🙂

Il deserto dei Khaluts - Iran
Aspettare l’alba praticando yoga sul tetto di un’abitazione a Varkala, lasciare la bellezza della piazza di Isfahan per salire su un bus di iraniani impazienti di attaccare bottone, cenare in una capanna di legno in piena giungla a Chiang Mai provando a interagire con il capo villaggio, sono esperienze autentiche, che rimarranno sempre dentro di me e mi hanno confermato quanto si possa essere fisicamente distanti ma di anima così vicini…
 
Sfortunatamente oggi alcune tratte di quel meraviglioso itinerario sono interrotte perché si dovrebbero attraversare “territori caldi” per questioni politiche e conflitti, ma si hanno molte testimonianze di avventurieri che sono partiti con la voglia di cogliere l’essenza di libertà che è insita nel viaggiare in questa modalità.
 
Primi fra tutti i fondatori della nota casa editrice Lonely Planet, i coniugi Tony e Maureen Wheeler che – freschi sposini – scelsero un “viaggio di nozze” lungo e decisamente alternativo sulla rotta degli hippie a bordo prima di un furgoncino – che poi rivendettero in Afghanistan – per poi proseguire il viaggio sui “chicken buses” (già, letteralmente “per polli”!) ossia  treni di terza classe e camion a lunga percorrenza.
 
Morale, dopo nove mesi finirono la loro esperienza, trovandosi in mano 27 cent. e la loro prima pubblicazione “Across Asia on the cheap” (Attraverso l’Asia con pochi soldi) che divenne immediatamente un best seller.

Il resto è noto (e non è male)… 

Altro esempio da citare è lo scrittore viaggiatore canadese Rory Mc Lean, che fu uno degli intrepidi ad intraprendere l’hippie trail a distanza di molti anni dai primi viaggiatori, trovando sicuramente una fisionomia geo-politica molto diversa dopo il conflitto americano-afgano:
Trascrisse e emozioni e scoperte nel suo libro Magic Bus, e qui trovate una mappa interattiva delle location più suggestive suddivise per tappe.
 
Spero quindi che d’ora in poi, se qualcuno azzarderà un “sei proprio hippie” tu non la prenda come un’offesa ma anzi, ne sia orgoglioso:
se essere hippie significa uscire dagli schemi e ribellarsi a qualcosa di statico e imprigionato per cercare un confronto o un’altra dimensione, beh a me questa definizione piace molto.
 
E se da un viaggio torno più “rallentata” – come succedeva ai nostri hippie, ben venga, vuol dire che ho staccato davvero..
Viaggiare per scattare una foto e dire “in quel posto ci sono stata” non so per te, ma a me non appartiene…..
 
E tu, hai mai provato una forma di viaggio alternativa e profonda?

No, ma vorresti provare?

Bene, noi siamo qua, pronti per la tua prima esperienza a bordo di un minivan, proprio come a quel tempo!
A presto,
keep in van! 

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